Uno dei concetti chiave del design contemporaneo è quello di “material driven design”, ovvero un approccio progettuale in cui è la materia stessa con le sue proprietà fisiche, i suoi limiti tecnici e le sue possibilità di trasformazione, a guidare il processo creativo.
Non è più il designer a imporre una forma a un materiale neutro, ma è il materiale a suggerire geometrie, texture e linguaggi, diventando parte attiva del progetto.
Questo cambio di prospettiva segna un passaggio importante: il progetto nasce da un dialogo diretto con la materia e si sviluppa lungo tre direttrici fondamentali: la sua essenza, ovvero il valore intrinseco e simbolico; la forma, intesa come costruzione estetica e linguaggio visivo; e la materia stessa, come elemento vivo, trasformabile e carico di significato.
Nel gioiello questo principio assume un valore ancora più evidente. Metalli preziosi, pietre, ma anche materiali di recupero o sperimentali non sono più semplici componenti, bensì veri e propri generatori di forma e contenuto. Le imperfezioni, le lavorazioni, le reazioni della materia diventano elementi espressivi, capaci di determinare l’identità stessa dell’oggetto.
Un approccio che si lega sempre più ai temi della sostenibilità e della ricerca, spingendo il design orafo verso una dimensione in cui estetica, tecnica e contenuto si intrecciano. Il gioiello si trasforma così in un dispositivo progettuale complesso, capace di raccontare il presente.
È in questo scenario che si inserisce la mostra “Materia, essenza e forma del gioiello”, presentata dal Centro Orafo Il Tarì durante l’ultima edizione di Open. L’esposizione si è sviluppata in tre sezioni tematiche — “Essenza preziosa”, “Forma ribelle” e “Materia viva” — ognuna delle quali ha raccontato un diverso approccio al gioiello ed una diversa funzione del design, evidenziando il dialogo continuo tra tecnica, estetica e sperimentazione.

La prima sezione, “Essenza preziosa”, ha posto l’accento sulla purezza dei materiali e sull’eleganza senza tempo del gioiello. I designer coinvolti hanno reinterpretato i codici classici dell’oreficeria con uno sguardo contemporaneo, dimostrando come la tradizione possa essere ancora fertile terreno di innovazione. “Open è un evento dove il design viene finalmente riconosciuto – ha dichiarato il celebre designer Alessio Boschi -. Per me partecipare a una manifestazione dove si faccia vedere che cosa significa il designer e dunque nobilitare il pezzo stesso da status symbol o investimento a pezzo d’arte è fondamentale” Protagonista di questa sezione anche il noto artista Sebastian Plah: “Ad Open ho portato delle creazioni che richiamano la fusione tra la cultura latinoamericana, in particolare la Colombia, e l’Europa. Il design è emozione: l’aspetto più importante è creare un gioiello che possa parlare alla persona che lo indossa”.
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Attraverso “Forma ribelle”, il percorso espositivo ha cambiato registro, lasciando spazio alla sperimentazione più audace. Le creazioni in questa sezione hanno sfidato le convenzioni, giocando con asimmetrie, materiali inusuali e forme destrutturate.
“La mia attività – ha raccontato la designer Anna Fresa – si è concentrata come sempre sulle matrici matematiche. In particolare, ad Open ho presentato “Ipazia”, un gioiello ispirato alla filosofa alessandrina che ha aperto quei canali della conoscenza che ci hanno portato a tracciare le orbite ellittiche dei pianeti”.
Sulla sostenibilità si è concentrato invece il lavoro di un’altra artista nota al pubblico, Linda Gambero: “I miei prodotti rispecchiano il concetto di ecologia perché sono realizzati con carta e legno pressati, oltre ad avere inserti di ottone che riportano a tutte le mie creazioni”.
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Infine, “Materia viva” ha esplorato il rapporto tra il gioiello e la natura, tra materia e trasformazione. In questa sezione, i materiali di riciclo sono stati protagonisti di un racconto che unisce sostenibilità e innovazione. Le superfici, le texture e le imperfezioni sono diventate elementi espressivi, restituendo al gioiello una dimensione dinamica e in continua evoluzione.
“La mia collezione si è concentrata sull’antropocene – racconta la designer Annarita Bianco – e ha visto la materia declinata attraverso la rilettura di nuove rocce che si creano dagli scarti del digitale. Il gioiello finale rappresenta un modo per riflettere sulla crisi climatica e sul rapporto che abbiamo col pianeta terra”. Protagonisti di questa sezione anche i ragazzi dell’Università Luigi Vanvitelli che hanno raccontato come “La nostra collezione parte dall’idea di osservare i cambiamenti climatici e riportare l’allarme sottoforma di gioiello. Abbiamo riportato le immagini satellitari come esempio di sentinelle di cambiamento. La centralità dell’intero progetto è stata quella di valorizzare gli scarti”.
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Il placement del Centro Orafo Il Tarì nel contesto della Design Week conferma il ruolo sempre più centrale dell’oreficeria nel panorama del design contemporaneo. Il gioiello moderno non è più semplice accessorio, ma si afferma come oggetto narrativo, capace di raccontare identità, cultura ed una maggiore consapevolezza verso il tema ambientale.
Un risultato che sottolinea la capacità del Tarì di essere non solo polo produttivo, ma anche hub culturale e laboratorio di idee e visioni, proiettato verso le sfide future del comparto.

