Dopo tre anni di crescita quasi ininterrotta, il mercato dell’oro attraversa una fase di consolidamento. Le quotazioni del metallo prezioso sono infatti scese sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia, segnando una correzione di oltre il 20% rispetto ai massimi storici raggiunti all’inizio del 2026. Un movimento che alimenta il dibattito tra gli analisti: semplice pausa dopo un lungo rally o possibile fine del super ciclo dell’oro?
A incidere sul raffreddamento dei prezzi sono soprattutto il rafforzamento del dollaro e il mutato scenario della politica monetaria statunitense. Le aspettative di tassi di interesse elevati più a lungo, sostenute dalle dichiarazioni della Federal Reserve e da un’inflazione ancora persistente, hanno spinto gli investitori verso strumenti finanziari remunerativi come i Treasury americani, riducendo temporaneamente l’attrattività dell’oro, che non genera rendimenti periodici.
Il nuovo contesto ha portato anche alcune grandi banche d’affari a rivedere le proprie stime. Goldman Sachs ha ridotto di 500 dollari la previsione di fine anno, pur continuando a indicare un obiettivo di 4.900 dollari l’oncia, mentre anche Deutsche Bank ha corretto al ribasso le aspettative sul quarto trimestre. A pesare sono inoltre i deflussi dagli ETF garantiti da oro fisico e una domanda meno dinamica proveniente dalla Cina.
Nonostante la fase correttiva, molti osservatori invitano a distinguere tra dinamiche di breve periodo e fondamentali di lungo termine. Secondo J. Safra Sarasin, i fattori strutturali che hanno sostenuto il metallo prezioso negli ultimi anni rimangono infatti sostanzialmente invariati: elevato indebitamento pubblico, possibili futuri tagli dei tassi e crescente domanda di beni rifugio continuano a rappresentare elementi favorevoli per l’oro.
A confermare questa lettura contribuiscono anche le banche centrali. L’ultimo sondaggio del World Gold Council evidenzia come il 45% degli istituti monetari preveda di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi dodici mesi, mentre solo l’1% ipotizza una riduzione. Un dato che conferma il ruolo strategico dell’oro come asset di diversificazione e protezione in uno scenario economico e geopolitico ancora caratterizzato da elevata incertezza.


